Milan, Maldini: “Dopo il licenziamento di Boban ero fuori anch’io. Sul mio lavoro dico che…”

Milan, Maldini: “Dopo il licenziamento di Boban ero fuori anch’io. Sul mio lavoro dico che…”

Diego Guido ha intervistato per 66thand2ND il direttore tecnico del Milan, Paolo Maldini, sul quale ha scritto pure un libro.

Sul licenziamento di Boban:

“La verità è che, dopo il licenziamento di Zvone Boban, anche io ero fuori. Siamo stati molto diretti tra noi nel dirci cosa non ci piaceva delle idee dell’altro. Poi ci sono le conoscenze calcistiche. Se io di calciatori so qualcosa, lui ne sa moltissimo. È molto più bravo di me, lo ammetto senza alcun problema, ad analizzare una partita e un giocatore. Vedeva cose che io non notavo. Ci completavamo molto bene. Lui osservava più i centrocampisti e i giocatori offensivi, io mi concentravo più sui difensori”.

Su Leonardo:

“Mi sono sentito inadatto ad accompagnarlo per i primi sei mesi. Già sapevo tante cose ma, a livello pratico, dovevo imparare un lavoro nuovo. Credo di aver iniziato davvero a dare il mio apporto quando Leonardo mi ha detto che se ne sarebbe andato. Lì mi sono chiesto cosa sarebbe successo. Non mi sentivo sicuro a dover condurre una trattativa. Ci sono specificità del lavoro che dovevo ancora approfondire. Poi ho iniziato a doverlo fare da solo ed è diventata la cosa più naturale del mondo. Ho capito cosa dire e cosa non dire, come cambiare registro sulla base dell’interlocutore, ci sono quelli con cui serve parlare chiaro e quelli con cui devi usare più diplomazia. Se sei sempre stato in questo mondo e usi il buonsenso, sono cose che poi vengono molto facili”.

Su Rangnick:

“Ricordo che io e Boban ne avevamo parlato. Gli avevo detto che mi ero stancato, che dovevo dire delle cose. Quindi, ho pubblicamente detto quello che sentivo giusto. Lui aveva fatto la stessa cosa. Avevo però deciso di rimanere fino a fine stagione per senso di responsabilità verso l’allenatore, verso i giocatori e verso il Milan. Con l’accordo con Rangnick ormai fatto, avrei lasciato. Poi, però, le cose sono cambiate e ora sono qui”.

Sul suo lavoro:

“Seguire un giocatore mi dà molta soddisfazione. Con i giovani, magari che vengono anche da altri paesi, le variabili sono davvero tante. Riuscirci è molto bello. Sono arrivati tanti ragazzi giovani per la Prima Squadra o per la Primavera. Con loro non incontri solo il ragazzo e l’agente, ma anche la mamma, il papà, i fratelli. I genitori mi chiedono di prenderci cura dei loro figli. Io rispondo che anche io sono papà, che baderemo ai loro figli e che sono sempre i benvenuti. A livello umano credo di essere portato a trasmettere certe cose ai ragazzi e alle loro famiglie. Mi piace fare il mio lavoro seguendo i miei principi, senza farmi condizionare dal momento, dall’eventuale basso budget a disposizione, dall’eventuale flessione di risultati della squadra. Tuttavia, non sempre si riesce ad arrivare all’accordo. A volte devi lasciare determinati giocatori sui cui volevi puntare molto e avere equilibrio. L’equilibrio fa bene a me e fa bene a loro, perché poi il rapporto rimane. Come sempre, le cose importanti sono il rispetto e l’onestà. Quando tu sei onesto, che cosa ti possono rimproverare?”

Sulle sue idee:

“Se penso alle mie idee sportive di quando sono arrivato e a quelle che ho adesso, è cambiato il mondo. Ho visioni completamente diverse. Le ho cambiate anche grazie ai conflitti interni con la proprietà, a confronti con idee diverse dalle mie, con persone diverse da me. Ho vissuto risultati, negativi e positivi, che non mi sarei aspettato. Avevo certezze che ho dovuto mettere in discussione. Adesso la mia visione è diversa, ma probabilmente, tra due anni, sarà ancora diversa”.

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Paolo Borrelli

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